Dedicato a Laura Scarpa!
Il testo di Lita si è ispirato a questa mia "serie".
La porta
Era distesa a terra. Rigida e immobile, come morta.
Era una porta.
Che ci faceva lì, a pochi passi da casa mia?
Che ci fai qui? Le chiesi mentre la urtavo con un piede.
Quella si scostò, e vidi che copriva una buca. Mi girai a destra e a sinistra. Guardai dietro e poi avanti. Alzai anche gli occhi in alto e li abbassai. Nessun coniglio nei paraggi.
Rimasi così perplesso, senza sapere chi seguire.
Beh, non ho bisogno di nessun coniglio per seguire una pista, pensai.
Mi sentivo dentro un’avventura gialla, di quelle che leggevo nei romanzi quando ero adolescente.
Ma ero solo, senza i miei amici di una volta, che di sicuro erano diventati già grandi. E a quel pensiero mi sentii rimpicciolire. Comunque alzai le spalle e mi infilai nella buca.
Scendendo i gradini bui, mi venne una voglia irresistibile di cantare una canzone rap. Ma non ne conoscevo nessuna, così dovetti improvvisare…
La mattina ti svegli con un aroma in testa
Lo annusi ti crogioli e vai a pennelli in resta
Li intingi nei colori li passi sulla carta
Sensazioni e pensieri son partiti in quarta.
E mentre cantavo pensavo che sarebbe stato bello avere una chitarra, pensavo che mentre io cantavo lei dipingeva, pensavo che non avrebbe mai saputo che stavo usando il mio cuore come cassa acustica, pensavo che squassavo il mio cuore in maniera consapevole, pensavo che le note sono dolci e feroci, pensavo che il ritmo è una corda su cui arrampicarsi, pensavo che odio i pifferai magici, pensavo che scendendo mi liberavo dalle stonature che avevo addosso, pensavo ai sogni in cui la sognavo, pensavo che sapeva di me più di chiunque altro, pensavo che era bello immaginarla…
ti immagino seduta al tavolo della cucina
col freddo sui vetri un albero spoglio e in cima
qualcosa che non riesci a vedere ma che intuisci
perché tu hai una sensibilità che di tinte mai finisci.
Avevo finito i gradini, e non avrei potuto finire la mia canzone rap.
Ma tanto non le sarebbe piaciuta. E allora… allora comincio il tunnel.
Un tempo avrei avuto paura. Di qualsiasi cosa. Della porta e della buca, del coniglio che non c’era, del coniglio se l’avessi visto, dei gradini e della musica rap, di scendere e dei pensieri al buio, delle cose che non piacciono e dei tunnel. Adesso no. Tanto che mi può succedere? Tanto.
C’erano dei buchi nelle pareti della roccia. Passai le dita sul bordo, come un cieco sul viso.
E tu non distrarmi, urlai al coniglio che mi passava davanti correndo su e giù per il tunnel come un forsennato. UN CONIGLIO?
Perdi tempo, mi disse.
Perdo tante cose, gli risposi, col tono di dire non sono fatti tuoi.
“Oh, è l’amore, è l’amore che fa girare il mondo!” gli gridai poi in modo provocatorio.
“Per me non contiene un atomo di senso”, disse con un sorriso di beffa.
Ma questo non lo dici tu, lo dico io!, gli urlai.
Tu non sei Alice, disse con sfida. E neanche la Duchessa, poi più dolcemente.
Stiamo mescolando tutte le carte, mi disperai passandomi una mano sugli occhi.
Io non mi mescolo affatto: io sono il vero Coniglio! Tu, piuttosto… risali su e smettila col rap!
Disegni, parole, intersezioni
giovedì 21 marzo 2013
mercoledì 21 novembre 2012
Lontana, con me - Dedicato a Milou
Milou, ho messo da parte le tue foto. Nella cassapanca in soffitta, per quelli che cercheranno tesori e troveranno te.
Io non ho bisogno di foto. Ho te. Mi guardo intorno e sei dappertutto.
Mi manca chiamarti, e allora lo faccio. Giri per casa, scompari e riappari. L’altro giorno ti ho vista allontanarti, ed ero contenta che eri capace di farlo. Quanti sanno allontanarsi così semplicemente, senza spiegare, né voltarsi indietro.
Sei dentro le nuvole, sei un’ala di rondine, sei un ritmo che mi viene in mente e mi emoziona.
Mi manca abbracciarti, e per un attimo ti sento, poi mi sfuggi. E quell’attimo è così denso che potrei disegnarlo.
Sei nell’acqua di una fontana, sei nel mio sguardo che ti cerca, sei la punta di una matita che non tempererò mai.
Il disegno proviene da questo post. Nonostante le bellissime parole di Lita ho voluto mettere una foto di Milou; ogni tanto le guardo, le sue foto, lo confesso, anche perché mi aiutano a pensare di meno alle immagini degli ultimi suoi giorni di vita.
Un paio di volte l'ho sentita, in casa: le sue unghie sul pavimento, per un attimo; il suo sbattere le orecchie. So che erano illusioni della mia mente, rumori trasformati in ricordi, non mi sono neanche spaventata.
Ringrazio ancora Lita per queste bellissime frasi, significano tanto per me.
domenica 8 luglio 2012
Il climax
Il post deriva da qua.
Arita è davanti al foglio bianco.
Da un mese, ogni giorno per tre ore la scena è sempre la stessa.
Stanno una davanti all’altro, in una sorta di braccio di ferro, in cui nessuno riesce a creare il minimo cambiamento nell’altro.
Lei è decisa a scrivere, a ogni costo, il racconto sul climax; il foglio si ostina a rimanere bianco o, al più, si sporca di scarabocchi, disegnini, ghirigori.
L’orologio a cucù, sulla parete di fronte, si fa beffe di tutt’e due, continuando a muoversi e gracchiare ogni ora.
Ce la farò, pensa lei in un impeto d’ottimismo; e punta la penna sul foglio. C’era una volta, scrive. Si ferma, cancella.
C’ero io una volta…
La cenere della sigaretta cade sul foglio.
La mano, d’istinto, passa a pulirlo, e con un movimento maldestro lo gualcisce.
Arita posa la sigaretta, scrolla il foglio e lo distende sul piano del tavolo con tutt’e due le mani. Riprende la penna, cancella di nuovo.
Va al successivo rigo bianco. No, non è nervosa. Se mantengo la calma, scriverò, pensa.
Scriverò. Futuro. Ci sarà una volta… ricomincia.
Ci sarà una volta lei, no lui, io, noi… di volta in volta un segno orizzontale si abbatte su ogni pronome. Ci sarà una volta il mondo… Ecco sì, il mondo. Basta stare chiusi nella gabbia dell’egotismo. Bisogna essere aperti, altruisti, globali.
L’angolo del foglio è rimasto piegato, tendente verso l’alto. Ci passa su il pollice senza riuscire a domarlo. Si inumidisce il dito con la saliva, e poi preme ancora come un francobollo da incollare.
L’angolo è ancora piegato, e ora anche umido. E lei NON SA scrivere su un foglio piegato e umido, non ci riesce. Ma non può neanche cambiarlo: il primo foglio è sacro.
La sigaretta si è consumata nel portacenere, bruciacchiando un klenex appallottolato sul fondo. C’è puzza. C’è caldo. C’è la prima frase da finire.
Ci sarà una volta il mondo. Arita si agita sulla sedia, guarda la punta della penna. Il puntino blu d’inchiostro è ben visibile. È carica. Cancella mondo.
Suda. Il cucù cucheggia beffardo. Le lancette hanno una posizione diversa da quando lei si è seduta al tavolo, ma quanto diversa non saprebbe dirlo.
Va alla finestra. C’è ancora luce; è quasi estate. Devo scriverne ancora uno, solo un altro racconto, per finire il mio corso on line, pensa.
Giuro, non ne farò più!
Esce dalla stanza, appena oltre la soglia, rientra con passo fermo e, con un sorriso sicuro si siede, aggiusta il foglio in modo che sia perfettamente allineato ai lati del tavolo ed equidistante da essi. La penna sopra.
Fionda la punta nel foglio, con una forza che vuol imprimere ottimismo a quel primo movimento. Il foglio si buca.
Non può scrivere su un foglio bucato. Il foglio deve essere perfettamente bianco, disteso integro. E il primo. Dev’essere il primo.
Il primo foglio non si cambia, se no l’ispirazione non viene.
Cerca di non guardare quel buco, mentre nella sua mente si affollano le frasi. Forse era meglio la prima. Ecchisenefrega se tutte le favole cominciano così. L’importante è il seguito, o no?
C’era una volta…
No, non ce la farà neanche oggi. Tre ore al giorno, da un mese, ferma allo stesso punto. Arita posa la penna, si contorce le mani, vorrebbe urlare, si guarda intorno, lo sguardo le cade sui fogli del corso on line. Li prende in blocco e li lancia con tutta la forza che ha. I fogli si sparpagliano in volo, dividendosi quel po’ di energia che li fa ricadere poco lontano.
Un’altra beffa. Butta la rabbia su quel dannato foglio: C’era una volta il climax, scrive, e… io… allora… uhm, lei lui il mondo, il foglio, non riuscivo … e invece poi… i fogli e bla bla bla…. scrive scrive scrive, improvvisamente placata.
Lei è decisa a scrivere, a ogni costo, il racconto sul climax; il foglio si ostina a rimanere bianco o, al più, si sporca di scarabocchi, disegnini, ghirigori.
L’orologio a cucù, sulla parete di fronte, si fa beffe di tutt’e due, continuando a muoversi e gracchiare ogni ora.
Ce la farò, pensa lei in un impeto d’ottimismo; e punta la penna sul foglio. C’era una volta, scrive. Si ferma, cancella.
C’ero io una volta…
La cenere della sigaretta cade sul foglio.
La mano, d’istinto, passa a pulirlo, e con un movimento maldestro lo gualcisce.
Arita posa la sigaretta, scrolla il foglio e lo distende sul piano del tavolo con tutt’e due le mani. Riprende la penna, cancella di nuovo.
Va al successivo rigo bianco. No, non è nervosa. Se mantengo la calma, scriverò, pensa.
Scriverò. Futuro. Ci sarà una volta… ricomincia.
Ci sarà una volta lei, no lui, io, noi… di volta in volta un segno orizzontale si abbatte su ogni pronome. Ci sarà una volta il mondo… Ecco sì, il mondo. Basta stare chiusi nella gabbia dell’egotismo. Bisogna essere aperti, altruisti, globali.
L’angolo del foglio è rimasto piegato, tendente verso l’alto. Ci passa su il pollice senza riuscire a domarlo. Si inumidisce il dito con la saliva, e poi preme ancora come un francobollo da incollare.
L’angolo è ancora piegato, e ora anche umido. E lei NON SA scrivere su un foglio piegato e umido, non ci riesce. Ma non può neanche cambiarlo: il primo foglio è sacro.
La sigaretta si è consumata nel portacenere, bruciacchiando un klenex appallottolato sul fondo. C’è puzza. C’è caldo. C’è la prima frase da finire.
Ci sarà una volta il mondo. Arita si agita sulla sedia, guarda la punta della penna. Il puntino blu d’inchiostro è ben visibile. È carica. Cancella mondo.
Suda. Il cucù cucheggia beffardo. Le lancette hanno una posizione diversa da quando lei si è seduta al tavolo, ma quanto diversa non saprebbe dirlo.
Va alla finestra. C’è ancora luce; è quasi estate. Devo scriverne ancora uno, solo un altro racconto, per finire il mio corso on line, pensa.
Giuro, non ne farò più!
Esce dalla stanza, appena oltre la soglia, rientra con passo fermo e, con un sorriso sicuro si siede, aggiusta il foglio in modo che sia perfettamente allineato ai lati del tavolo ed equidistante da essi. La penna sopra.
Fionda la punta nel foglio, con una forza che vuol imprimere ottimismo a quel primo movimento. Il foglio si buca.
Non può scrivere su un foglio bucato. Il foglio deve essere perfettamente bianco, disteso integro. E il primo. Dev’essere il primo.
Il primo foglio non si cambia, se no l’ispirazione non viene.
Cerca di non guardare quel buco, mentre nella sua mente si affollano le frasi. Forse era meglio la prima. Ecchisenefrega se tutte le favole cominciano così. L’importante è il seguito, o no?
C’era una volta…
No, non ce la farà neanche oggi. Tre ore al giorno, da un mese, ferma allo stesso punto. Arita posa la penna, si contorce le mani, vorrebbe urlare, si guarda intorno, lo sguardo le cade sui fogli del corso on line. Li prende in blocco e li lancia con tutta la forza che ha. I fogli si sparpagliano in volo, dividendosi quel po’ di energia che li fa ricadere poco lontano.
Un’altra beffa. Butta la rabbia su quel dannato foglio: C’era una volta il climax, scrive, e… io… allora… uhm, lei lui il mondo, il foglio, non riuscivo … e invece poi… i fogli e bla bla bla…. scrive scrive scrive, improvvisamente placata.
lunedì 2 luglio 2012
Graffiti
L'origine del post è qui.
Stai sempre in un angolo della stanza. Mai al centro.
In quell’angolo ci metti tutto. I tuoi libri, uno sopra all’altro in una pila precaria, le matite, i fumetti, l’unica bambola che ti sa parlare, con gli occhi verdi e le ciglia rigide che fanno uno scrish quando le muovi; e poi c’è lei.
Lo vedo come la guardi; lei è come vorresti essere. L’avresti preferita a colori, quel bianco e nero ti sembra che tolga qualcosa. E così la colori, dentro di te. Strie di capelli neri le sporcano la faccia, un occhio e metà bocca; un occhio blu e metà labbra si aprono un varco, e quella camicia di raso rosa…
Li nascondi i tuoi fumetti, per paura che te li tolgano. Che ti tolgano la tua Sprayliz da sogno.
Ti metti una fascia rossa sulla fronte, come lei, e come lei ti iscrivi a un corso di ginnastica artistica, anche se non hai mai fatto un salto nella tua vita. Come lei vuoi essere una graffitara, e uscire la notte. Sogni di balzare in sella a una moto e attraversare l’aria che vive. Vuoi il movimento, le avventure, vuoi i suoi occhi. I suoi occhi sono stati la tua prima emozione. Sei precipitata in un abisso che non conoscevi, senza paura. Sei diventata mare in tempesta, ti sentivi risucchiare in giù, risalire in uno squarcio d’aria, risprofondare. E non ti interessava più nulla, solo che non finisse mai. Che non finissero mai quegli occhi, che ti strappano ogni volta le emozioni, così intensi e belli da farti male.
Rimani nel tuo angolo, perché hai paura che gli altri disperdano tutto ciò che hai.
La vedi piangere e ridere, la tua Sprayliz, urlare e stare in silenzio, correre e fermarsi. É forte, è fragile. Si muove, non ha paura.
E cominci a non averne neanche tu. Cosa ti può succedere?
Ti allontani dall’angolo, ti avvicini al centro, lo superi ed esci.
Vai a comprare le vernici spray. Infili le mani nello zaino, per sentirle e crederci. Cominci a colorare tutto. Ti fermano. Ricominci. Ti tolgono tutto.
Entri in clandestinità. Dentro di te. Fuori di te.
Nessuno potrà mai cancellarti i colori.
Parola di Sprayliz.
Sei ferma in attesa. Sul tuo taxi incolore. In realtà è bianco. Ma i colori non hanno più importanza per te. Fumi e aspetti.
E non senti più rabbia, né infelicità, e neanche quella inquietudine che ti ha tenuto sospesa per anni. Non senti più nulla.
Il tuo taxi è in coda con gli altri. Sei una della fila.
Ti metti gli occhiali scuri e parti. Non vedi mai chi sale, senti solo la voce.
Prima cercavi di fare strade alternative.Ti dava l’illusione di non essere proprio lì dove sei, inchiodata in un percorso fermo, che non porta da nessuna parte. Che è una menzogna.
Ora hai smesso anche di giocare a illuderti, fai le strade di tutti, ti ci immergi fino a non respirare.
Sei diventata brava a stare in apnea. Di che colore è il respiro?
Non te lo chiedi più.
Di che colore è il respiro.
Uscivi la notte di nascosto, a cercare il respiro delle cose.
E poi lo coloravi su tutti i muri che vedevi, con le vernici spray.
Cercavi respiri e colori, nella loro imperfezione più pura.
Ti piacevano le cose sgretolate, incompiute, mutevoli. Ruvide, schiacciate, invisibili. Te ne riempivi i polmoni, le mani, gli occhi. E poi, le rimandavi fuori, respiranti e colorate, per farle vivere ancora.
Dipingevi sui muri, sulle tele, sui fogli di carta, sugli oggetti, nell’aria, nella mente. Ti dipingevi dentro.
Due occhi neri così intensi e belli da farti male.
Sei precipitata dove le emozioni sciolgono lo sguardo, che comincia a scorrere, e diventa sangue e vita.
Hai finito il tuo turno. Ti avvii verso casa dei tuoi.
Ti sorridono sempre. Ora sì. Hai un vero lavoro, non perdi più tempo a scarabocchiare coi colori, sei guarita, sei normale. Vedi tutto in bianco e nero. I tuoi occhi sono sani, come i loro.
Sei quasi arrivata a casa. Un ultimo cliente si butta in mezzo alla strada per fermarti, alza la mano. Ti fermi.
Apre lo sportello, entra.
Chiedi: dove?
Dove vuoi tu, risponde.
Per la prima volta ti volti.
È lei.
È Sprayliz.
mercoledì 11 aprile 2012
Fuori
Il post ha origine da qua.
Non chiudo mai la porta di casa.
Specialmente la sera.
Mi infilo nel sacco a pelo e guardo la striscia di luna che entra da fuori.
Sì, certo che ho un letto. Ma preferisco dormire nel sacco a pelo che stendo sul divano. E’ più confortevole e mi sembra che sia più facile, veloce, scappare. Se dovesse essere necessario.
Dormo in maglietta e pantaloncini, mai col pigiama.
Una volta pensavo che mi sarebbe piaciuto vivere in una di quelle comuni hippy, dove tutti dividono tutto e si sta sempre insieme.
Sbagliavo, o forse sono cambiato. Odio dividere anche un minuto della mia vita con qualcun altro.
Mi sono trasferito in campagna.
Ho riempito il mio zaino e sono andato nella casa di campagna dei miei.
Loro ci vanno solo d’estate, quando si sta solo fuori ed è una convivenza accettabile.
D’estate dormo sull’amaca sotto i pini. È una figata.
Mia madre ogni tanto mi guarda e scuote la testa. Io mi metto una faccia stralunata, come per dire: boh! Lei non capisce e se ne va. Cioè, non è che ci sia tanto da capire. È solo per dirle che sento la sua disapprovazione e vorrei tranquillizzarla, ma siccome non so che dirle, le regalo ‘sto boh un po’ ironico un po’ tenero.
Del resto non ha nulla di che lamentarsi. All’università vado dritto come un treno, e anche se non farò il medico, i miei genitori non lo sanno ancora.
Sono un tipo solitario, ma solo nella realtà. In rete, nel mondo virtuale intendo, ho così tanti amici, che se dovessi frequentarli nella vita reale, non saprei proprio come fare. Invece tra chat, email, messenger, forum, mi districo abbastanza bene. Ci sono anche due ragazze per cui ho una vera passione. Ricambiata alla grande. Sentimentalmente mi sento proprio a posto. Una è della mia stessa città. Ma io mi sono ben guardato dal dirglielo. Non vorrei che a un certo momento mi chiedesse di incontrarci. E non ne ho voglia.
Mi piace che sia così. Con uno schermo davanti.
Di notte vado spesso a pescare al fiume. E allora mi sembra di vivere un momento magico, di quelli che esistono solo nei libri. Poi penso che milioni di persone in tutto il mondo vanno a pesca, come se fosse normale. E questa cosa è incredibile.
Quando pesco tutto il mondo è lì e non ho bisogno di nient’altro.
Sono uno che ama la notte. Forse dovrei fare un lavoro notturno, e poi fermarmi a mangiare un cornetto caldo, mentre la luce comincia a venire fuori strisciando, come se volesse prima spiare.
Stamattina ho fatto una frittata. Ho messo su il tegamino con un po’ d’olio, ho preso due uova, le ho rotte con un colpo secco di forchetta. Le ho mescolate un po’ mentre cuocevano. La frittata dà una soddisfazione immediata. Si materializza all’istante davanti agli occhi. E al naso. L’odore della frittata di prima mattina è mitico. Uno chef provetto! Ecco cosa sono.
Intanto adesso mi preparo per andare all’università. Solo che non ci arrivo mai. O meglio, ci arrivo, sì, ma poi non entro. Non ce la faccio davvero a entrare dentro qualcosa. Preferisco stare all’aperto. Con qualsiasi tempo. Voglio il cielo sopra la testa. E nuvole illuminate, rabbuiate, o semplicemente bianche, a raccontarmi storie. Studio fuori, su una panchina al parco dell’università.
Poi all’uscita delle lezioni mi faccio prestare gli appunti e mi mantengo in pari.
L’altro giorno mi hanno anche intervistato. Per un giornale locale. Le solite domande sul futuro lavorativo dei giovani. Ho risposto che lo vedo come un buio attraversato da una linea di luci, una linea irregolare però, non dritta, un po’ come una serpentina, uno slalom e quindi forse sarebbe bene iniziare a sciare, ma io sto in un posto di mare, e quindi devo pensarci; e comunque nei posti di mare, la notte, si vedono i pescherecci che si allontanano dal porto e le barche piccole che invece pescano ancora a rete; e allora ci sono tutti quei punti luminosi qua e là, che non sono affatto in linea, macchisenefrega, l’importante è che peschino qualcosa, che poi la mattina al mercato del pesce è una delizia vedere tutte quelle cassette coi pesci. E insomma l’intervistatore ha fermato il registratore, è andato indietro e ha cancellato.
A volte mi sembra d’essere un vecchio. Penso che potrei fare mille altre cose, come i miei coetanei, andare in discoteca, nei pub, alle partite di calcetto, o anche solo passeggiare in centro. Invece sto intere giornate a leggere. E, mentre odio il rumore delle tazzine sbatacchiate nei lavelli del bar, i clacson e i rombi delle macchine, le risa fragorose e la gente che urla, queste stesse cose descritte nei libri sono bellissime.
Mi alzo dalla panchina e inforco la bici, vado a comprare una tenda da campeggio da piantare sotto il pino grande, per le notti di pioggia.
E ho appena deciso che da grande farò il lettore.
martedì 28 febbraio 2012
Rotola...
Origine del post qui.
A momenti comincia l’ora d’aria.
E i pensieri che continuano a starmi confusi in testa, li metterò in campo e me li giocherò, nella partita. Li passerò con la palla ai miei compagni, li schermerò dagli attacchi, li vedrò disporsi nella varie posizioni e capirò il ruolo che vogliono giocare. Capirò.
I giochi di squadra richiedono ordine e rigore.
Come questo cielo stretto tra le sbarre della finestra. So dove comincia e dove finisce. Un cielo coi contorni. Con dei limiti. Non so quanto possa essere vero.
Esco fuori e gioco. ESCO FUORI GIOCO… le prime tre parole che tiro in campo, non so come si disporranno. Posso dosare potenza e direzione del calcio. E guardarmi intorno prima di decidere.
La palla va dove non avrei mai voluto che andasse. Sembra guardarmi… a bocca aperta, sbagliata per colpa mia, tra il terreno e la suola d’una scarpa avversaria.
Il giudice me l’ha detto tante volte di confessare, che tanto è meglio così.
Ma di quei due corpi chiusi in sacchi per la spazzatura, io non sapevo nulla.
Non ricordavo. Non sapevo come c’erano finiti lì dentro.
Il Mister si sbraccia dal bordo del campo, sbraitando di svegliarmi.
Corro a zigzag, mi rimetto in gioco… CORRO ZIGZAG RIMETTO GIOCO
Sono rimasto fermo. Il gelo mi è entrato negli occhi, freddandomi in un solo sguardo.
Niente linee; ammassi informi. Rimettevo me, diventando di cristallo. Non era realtà, ma un gioco infranto.
Ho sempre corso più veloce di tutti. Da bambino giocavo a calcetto. Mi fermavo sempre quell’attimo in più che permetteva agli altri di arrivare; e mi scostavo anche, permettendogli di piombare sulla palla; erano attimi che potevano contenere un’infinità di cose. E li lasciavo vuoti.
Adesso ho imparato a calciarla, la palla. Ho imparato che ci sono istanti che sono miei e non è giusto darli via, come se non avessero valore; come se solo nelle mani o ai piedi di altri possano averne.
Io so che in questa partita devo assolutamente fare un goal.
Lanciare in rete la palla-pensiero da cui poter cominciare la mia riflessione.
E’ strano come dietro le sbarre, la mente sembra avere lo stesso spazio della cella; troppo poco per respiri lunghi come i pensieri; il mio tempo di pensiero è diventato il campo.
Gioco come ala. A volte un pensiero lo tengo sotto, e lo so che sto barando. Poi, un battito e… gli do lo slancio, passandolo all’attaccante; corro e penso.
Continuo a stare in quella stanza, dove sto, informe davanti all’orrore. E non riuscirò a uscirne finché non saprò cos’è successo.
Dicono che sono stato io. Ma è impossibile.
- E allora ripetimi cos’hai fatto quel giorno, dalla mattina fino a…
- All’università e poi in giro con gli amici. Sono tornato a casa, sono andato subito in camera mia. E la mattina dopo…
- La sera non ti sei accorto di nulla
- No
E la sera non ti sei accorto di nulla…
Passami quella dannata palla!!! Qualcosa di contratto nella mia testa dà uno strappo, si scioglie, precipita, mentre ignoro l’attaccante, a peso morto sul piede… GOALLLLL!!!
La verità è che io non ricordo nulla di quella sera. Ho aperto la porta di casa e… poi ero in camera mia.
Ho sempre provato un disagio fortissimo tornando a casa; loro mi aspettano alzati, e non mi dicono nulla. Solo un cenno, e vanno a dormire.
I compagni mi sono tutti addosso, esultano per il goal, e io sgomito per liberarmi spazi, tanto in questa calca di braccia gambe visi neanche se ne accorgono.
Non ho mai sopportato chi mi sta troppo addosso, né chi mi alita sul collo.
Palla al centrocampo… rotola rotola R O T O L A
Quella sera, i miei genitori non c’erano. Non mi hanno aspettato. Per la prima volta.
Ho tirato un sospiro. Ho guardato con soddisfazione le due poltrone vuote. Sono andato a dormire.
L’arbitro fischia.
1 a zero. Per noi.
venerdì 10 febbraio 2012
Corallo
Ho la sensazione d’essere un gatto che s’appresta a fare un balzo.
Anzi lo vedo anche davanti a me un gatto, fermo sul davanzale della finestra, col corpo proteso nel vuoto, che si volta indietro a guardarmi con gli occhi di sabbia, trascinando il mio sguardo nel salto.
- Seguimi, che aspetti? – dice la scia del gatto.
E’ una bella mattina di sole, che entra dalla finestra aperta e passa sulla scrivania dove sono seduto a scorrere il giornale degli annunci di lavoro.
Lo so, lo so nonna, dico, guardando la sua foto incorniciata nell’angolo. Sono dieci anni che il sabato mattina sto una decina di minuti a sfogliare il giornale degli annunci. Poi mi alzo, contento di non aver trovato nulla che valesse la pena, e baciando la nonna sulla guancia dico: ancora niente nonna. Esco, ci vediamo dopo.
Alzavo baciavo dicevo uscivo. Devo ricordarmi di mettere a posto i verbi, con gli altri. Con te non ce n’è bisogno, nonna, tanto ci parliamo sempre, io da qui e tu lì dall’angolo. Già, da quella postazione puoi leggere anche tu e allora saprai che se solo avessi voluto… ma forse l’hai sempre saputo. Era bella la nostra vita, una vacanza continua. E per te non ero uno sfaccendato, uno scansafatiche.
Un d i s o c c u p a t o. Per te non esistevano certe parole. Esisteva l’allegria e la gioia della vita. E tu. E io.
Dopo la morte dei miei genitori hai cominciato a vivere giorno per giorno, assaporando tutto, godiamocela questa vita dicevi. E mai, sono sicuro, hai pensato che alla tua morte io un lavoro me lo sarei dovuto cercare davvero.
Il gatto mi guarda dal tetto di fronte. Gli punto gli occhi negli occhi.
Ci guardiamo fissi, senza l’imbarazzo di due che si guardano senza conoscersi. Ma com’è bello questo sole stamattina, penso, mentre mi siedo a cavalcioni sul davanzale. Sono pronto a fare il balzo.
E so con certezza cosa mi diresti, nonna. Uau, sfoggiando una delle tue poche parole d’inglese.
Wow dico al gatto. E poi, indicandogli il giornale, gli leggo sillabando l’annuncio: offresi lavoro come guardiano della barriera corallina.
Gli indirizzo un’occhiata trionfante mentre lo sottolineo con una spessa linea rossa.
Il post ha origine qua.
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